Nella primavera del 1957 ero militare di leva nella Caserma Sottufficiali di Spoleto. Una sera fui inserito nel plotone incaricato del servizio di guardia.
Verso le 23.00, il sottotenente di comando chiamò me e alcuni altri commilitoni e ci comunicò che dall’Ospedale di Spoleto era arrivata una telefonata urgente: avevano bisogno di alcuni militari disponibili a donare il sangue per una partoriente che era stata colpita da una forte emorragia.
Il sottotenente ci promise che coloro che si fossero offerti volontari non sarebbero più stati inseriti nel servizio di guardia.
All’epoca avevo sentito parlare solo vagamente di trasfusioni di sangue e non ne sapevo praticamente nulla. Però la promessa di non dover più montare di guardia, un servizio piuttosto faticoso, mi convinse ad alzare la mano e a offrirmi volontario.
Andammo all’ospedale in cinque. Il medico ci sottopose ai controlli necessari e tre di noi risultarono idonei alla donazione. Il prelievo venne effettuato immediatamente.
Fu la mia prima donazione di sangue.
Non vedemmo la paziente, ma alcuni giorni dopo il sottotenente ci informò che era stata dimessa dall’ospedale e che tutto era andato bene.
E, soprattutto, da allora non dovetti più montare di guardia! Quasi non riuscivo a crederci.
Terminato il servizio militare, un anno dopo mi trovavo a Milano con alcuni amici. Davanti alla Chiesa di Sant’Ambrogio c’era un’autoemoteca dell’AVIS. Ebbene, un po’ per il ricordo di quella prima esperienza a Spoleto e un po’ per dare il buon esempio agli amici, mi sottoposi al prelievo di sangue.
Era la mia seconda donazione.
Qualche giorno dopo ricevetti dall’AVIS di Milano una tessera con la quale venivo ufficialmente inserito tra i donatori di sangue.
Nel frattempo mi ero trasferito da Ferrara, la mia città natale, a Torino, dove ero entrato a lavorare in Fiat.
Scoprii che anche la Fiat aveva un proprio centro di prelievo, molto ben attrezzato, in Corso Marconi, proprio davanti alla sede principale. Diventai così donatore di sangue di quel centro.
Da allora cominciarono a mandarmi un loro giornale e, a ogni donazione, veniva consegnato anche un premio. Erano i primi anni Sessanta.
Una mattina, mentre ero al lavoro sulla linea di montaggio, una guardia mi chiamò e mi disse che all’Ospedale San Camillo, sulla collina torinese, avevano bisogno con urgenza di una donazione del mio stesso gruppo sanguigno per un paziente grave.
Mi portò all’ospedale con la macchina di servizio e lì effettuai la donazione direttamente, braccio a braccio, per una persona anziana che non smetteva di ringraziarmi.
Qualche mese dopo fui chiamato nuovamente, questa volta per una signora anziana, e anche in quell’occasione feci una donazione braccio a braccio.
Credo sia stata una delle ultime volte in cui venne utilizzata questa modalità, perché, dopo quella esperienza, non ne sentii più parlare.
Dopo cinque anni alla Fiat, durante i quali mi diplomai come geometra, nel 1967 arrivai a Pianezza, alla Casa Benefica.
Mi iscrissi alla sezione AVIS di Pianezza e iniziai un ottimo rapporto con il presidente Gili, che mi coinvolse nelle attività associative e mi introdusse prima nel Consiglio dell’AVIS Provinciale, poi in quello Regionale e, infine, in quello Nazionale.
Nel frattempo mi laureai in Giurisprudenza.
Al Consiglio Nazionale fui eletto vicepresidente durante la presidenza dell’avvocato Beltrami. Ricoprii nuovamente l’incarico di vicepresidente con la presidenza del dottor Colamartino e, successivamente, fui segretario durante la presidenza del dottor Saturni.
Infine, ebbi l’onore di diventare presidente regionale dell’AVIS Piemonte, incarico che ricoprii per un mandato.
Ripensando a tutto il cammino fatto, mi rendo conto che quella prima donazione del 1957, nata quasi per caso e anche per evitare il servizio di guardia, ha finito per accompagnarmi per gran parte della vita.
Da una semplice donazione fatta da giovane militare è nata una lunga esperienza di volontariato, di impegno e di amicizia, che mi ha portato dalla caserma di Spoleto ai diversi livelli dell’AVIS, fino alla presidenza regionale.
Per questo, oggi, posso soltanto dire:
Viva l’AVIS, che è stata gran parte della mia vita!
Caro Giuseppe,
Siamo tutti qui, amici Avisini e persone che hanno avuto la fortuna di conoscerti, per ricordare la tua passione, il tuo impegno e la tua determinazione nel sostenere la missione del Dono.
Non soltanto il dono del sangue, ma il dono della vita stessa, attraverso un messaggio semplice e profondo: donare agli altri, mettendosi a disposizione di chi ha bisogno.
Ci mancheranno le sere trascorse insieme al direttivo, a parlare di progetti, di scelte, di strade da percorrere e di nuovi impegni per portare avanti la nostra missione.
Non ricordiamo contrasti, ma discussioni sempre costruttive, nelle quali sapevi portare la tua esperienza, la tua risolutezza e, quando serviva, la capacità di indicarci la direzione.
E poi, immancabilmente, arrivava il momento di concludere la serata con le tue parole:
«Lo apriamo un panettone? E una bottiglia di vino è rimasta da aprire?»
Era il tuo modo di ricordarci che, dopo il lavoro e gli impegni, c'era anche il piacere di stare insieme, di condividere un momento di amicizia e convivialità.
Un gesto semplice, quasi quotidiano, che oggi assume per noi un significato ancora più grande: lo spezzare insieme il pane, il condividere quel vino, lo stare insieme attorno a una tavola.
E forse proprio lì, in quei momenti semplici e sinceri, ritroviamo ancora oggi il senso più vero di ciò che hai rappresentato per noi: la condivisione, l'amicizia e il dono.
Il dono di una parte di noi per la vita di qualcun altro.
Il dono che tu hai saputo testimoniare per tutta la tua vita.
Ciao Giuseppe. Ci mancherai.
Ma il tuo esempio, il tuo impegno e il tuo modo di intendere il dono continueranno a vivere in tutti noi.





